Diga del Vajont: la storia, la frana del 1963 e la visita oggi
La diga del Vajont è ancora lì, stretta tra le pareti della valle al confine tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. È rimasta in piedi la sera del 9 ottobre 1963…

La diga del Vajont è ancora lì, stretta tra le pareti della valle al confine tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. È rimasta in piedi la sera del 9 ottobre 1963, quando una frana enorme si staccò dal monte Toc e precipitò nel lago artificiale, sollevando un'onda che superò lo sbarramento e distrusse Longarone e altri centri della valle del Piave. Morirono quasi duemila persone.
Ricordare il Vajont significa ricordare prima di tutto le vittime, le famiglie e le comunità colpite. Ma significa anche capire che cosa accadde, quali responsabilità furono accertate nei processi e che cosa quella notte ha insegnato a chi progetta e controlla le grandi opere.
La storia della diga del Vajont
L'idea di sfruttare le acque del torrente Vajont per produrre energia idroelettrica risale ai primi decenni del Novecento. Il progetto fu realizzato dalla SADE, la Società Adriatica di Elettricità, che costruì la diga tra il 1957 e il 1960. Secondo il portale turistico nazionale italia.it, i lavori iniziarono prima che arrivasse l'autorizzazione ministeriale, giunta quando il cantiere era già avanzato.
La diga è un arco a doppia curvatura alto circa 261 metri: all'epoca era la più alta del mondo nel suo genere. Il lago artificiale doveva diventare un serbatoio strategico per il sistema idroelettrico della zona. Nel 1962 fu istituito l'ENEL, con la nazionalizzazione del settore elettrico, e nel 1963 l'impianto passò al nuovo ente.
| Data | Evento |
|---|---|
| 1957 | Inizio dei lavori di costruzione della diga |
| 1960 | Fine dei lavori e avvio delle prove di invaso del lago |
| 1961 | La giornalista Tina Merlin denuncia sull'Unità il pericolo di frana |
| 9 ottobre 1963, ore 22:39 | La frana del monte Toc cade nel lago; l'onda supera la diga |
| 1968–1969 | Processo di primo grado, trasferito da Belluno a L'Aquila |
| Ottobre 1970 | Sentenza d'appello |
| 25 marzo 1971 | Sentenza definitiva della Corte di Cassazione |
| 2003 | Il cimitero delle vittime a Fortogna è dichiarato monumento nazionale |
La frana del 9 ottobre 1963
Il riempimento del lago iniziò nel 1960, per livelli successivi, nonostante i segnali di instabilità del versante settentrionale del monte Toc. Nei mesi delle prove si verificarono già movimenti franosi, e la giornalista bellunese Tina Merlin, insieme agli abitanti della valle, denunciò pubblicamente il rischio.
Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 una massa di roccia e terra stimata in circa 260 milioni di metri cubi si staccò dal monte Toc e precipitò nel lago. L'acqua spinta dalla frana formò un'onda che risalì i versanti verso Erto e Casso e un'altra che scavalcò la diga e si riversò nella valle del Piave in pochi minuti.
Longarone fu quasi completamente distrutta; gravi danni colpirono anche Castellavazzo ed Erto e Casso. Le vittime furono quasi duemila: il numero più citato, riportato anche dall'agenzia AGI, è 1.910, mentre altre ricostruzioni indicano cifre di poco superiori. Tra loro c'erano molti bambini e ragazzi. Centinaia di persone non furono mai ritrovate e molte di quelle recuperate non poterono essere identificate. La diga, paradossalmente, resse.
I processi e le responsabilità
Il procedimento penale si aprì a Belluno e nel 1968 fu trasferito a L'Aquila per motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto. Come ricostruisce l'agenzia AGI, il primo grado si concluse nel 1969, l'appello nell'ottobre 1970 e la Corte di Cassazione pronunciò la sentenza definitiva il 25 marzo 1971.
Gli imputati rinviati a giudizio erano undici; uno di loro, l'ingegnere Mario Pancini, si tolse la vita prima dell'inizio del processo. Con la sentenza definitiva furono condannati, come ricorda Il Post, Alberico Biadene, dirigente della SADE, e Francesco Sensidoni, del servizio dighe del Ministero dei Lavori pubblici, per inondazione aggravata dalla prevedibilità dell'evento e per non aver dato in tempo l'allarme alla popolazione. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, le pene furono di cinque anni per Biadene e di tre anni e otto mesi per Sensidoni, entrambi con un condono di tre anni. ENEL e Montedison, che aveva assorbito la SADE, furono condannate al risarcimento dei danni.
Le carte di quel processo sono oggi un patrimonio della memoria collettiva. Nel 2023 il fascicolo processuale è stato iscritto nel registro internazionale Memoria del Mondo dell'UNESCO, e il Ministero della Cultura ha stabilito che gli atti restino custoditi definitivamente all'Archivio di Stato di Belluno, vicino alle comunità colpite, con una versione digitale consultabile online da tutti.
Che cosa si è imparato dal Vajont
Il Vajont è diventato un caso di studio in tutto il mondo, nei corsi di geologia applicata e di ingegneria delle dighe. Nel 2008 l'UNESCO lo ha indicato tra i cinque più gravi disastri ambientali causati dall'uomo, come esempio di ciò che accade quando ingegneri e geologi non comprendono la natura del problema che stanno affrontando.
Le lezioni principali riguardano alcuni punti precisi:
- Il territorio prima dell'opera: la stabilità dei versanti attorno a un bacino conta quanto la solidità della diga. Al Vajont il manufatto resistette, ma la montagna no.
- I segnali premonitori: movimenti del versante, crepe e piccole frane vanno letti come avvisi, non come fastidi da gestire senza fermare i lavori.
- Controlli indipendenti: chi verifica la sicurezza di una grande opera deve poter agire in modo autonomo rispetto a chi la costruisce e la gestisce.
- Ascoltare chi vive il territorio: le preoccupazioni degli abitanti e le denunce giornalistiche di quegli anni si rivelarono fondate.
- Informare e proteggere la popolazione: la sentenza riconobbe anche la mancata tempestiva allerta di chi abitava a valle.
Nel 2011 il Parlamento ha istituito il 9 ottobre come Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall'incuria dell'uomo. Nel sessantesimo anniversario, a Erto, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che la tragedia reca il peso di pesanti responsabilità umane.
Visitare la diga del Vajont oggi
La diga non è più in esercizio come serbatoio idroelettrico e il suo coronamento si può visitare con le visite guidate. Secondo Turismo FVG, l'ente turistico regionale del Friuli Venezia Giulia, il Parco naturale delle Dolomiti Friulane organizza visite di circa 50 minuti sul coronamento, sospese in inverno, mentre percorsi più lunghi, di due o tre ore, sono proposti tutto l'anno dall'Associazione Guide delle Dolomiti Friulane con l'Ecomuseo Lis Aganis. Le modalità di prenotazione e gli orari vanno verificati sui canali ufficiali prima di partire.
Altri luoghi aiutano a capire e a ricordare:
- Centro visite di Erto: ospitato nell'ex scuola elementare del centro storico, accoglie spazi dedicati alla memoria del Vajont, tra cui la mostra Uno spazio della memoria.
- Erto vecchia e Casso: i borghi in pietra affacciati sulla valle, colpiti dall'onda e in parte abbandonati dopo la catastrofe.
- Cimitero monumentale delle vittime del Vajont a Fortogna, frazione di Longarone: dichiarato monumento nazionale nel 2003, custodisce 1.910 cippi in marmo bianco, uno per ogni vittima.
- Longarone: la cittadina ricostruita, dove ogni anno il 9 ottobre si svolgono le commemorazioni.
Consiglio: se potete, fate la visita guidata invece di fermarvi solo al belvedere. Le guide mostrano dove si trovava il lago, dove si staccò la frana e quanto è salita l'acqua: vedere i luoghi con chi li conosce aiuta a capire la portata della tragedia e a viverla con il rispetto che merita.
Domande frequenti
Quante furono le vittime del Vajont?
Furono quasi duemila. Il numero più citato è 1.910, lo stesso dei cippi del cimitero monumentale di Fortogna, ma alcune fonti riportano cifre leggermente diverse. Centinaia di persone non furono mai ritrovate.
La diga del Vajont crollò?
No. La diga resistette alla spinta dell'acqua. Fu la frana del monte Toc, caduta nel lago, a provocare l'onda che scavalcò lo sbarramento e distrusse i paesi a valle.
Chi fu condannato per il disastro del Vajont?
Con la sentenza definitiva della Cassazione del 25 marzo 1971 furono condannati Alberico Biadene della SADE e Francesco Sensidoni del servizio dighe del Ministero dei Lavori pubblici. ENEL e Montedison furono condannate al risarcimento dei danni.
Si può visitare la diga del Vajont?
Sì, con visite guidate sul coronamento organizzate dal Parco naturale delle Dolomiti Friulane, sospese in inverno, e con escursioni più lunghe proposte tutto l'anno. È bene controllare orari e prenotazioni prima di partire.






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